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Uno studio sulla balbuzie dimostra che quasi 7 docenti universitari su 10 (65%) hanno difficoltà nel rapportarsi al disturbo per la scarsa conoscenza.


Quando si parla di balbuzie a scuola, si pensa subito ai bambini o agli adolescenti. A volte chi balbetta decide anche di lasciarsi condizionare al punto da abbandonare l’idea di proseguire gli studi fino all’università. Ma, fortunatamente non tutti i balbuzienti rinunciano alla cultura universitaria e intraprendono questa strada affrontando le insidie di un ambiente spesso non prospero di sensibilità. Molte ricerche si sono già concentrate sulla percezione della balbuzie in vari ambienti. E’ invece limitata la ricerca sulla percezione che hanno i docenti universitari verso la balbuzie e le persone che balbettano.

E’ notizia di questi giorni che un nuovo studio americano della Wayne State University fa luce proprio sull’ambiente universitario e sulle convinzioni dei docenti circa la partecipazione in classe del balbuziente. Allo studio, hanno partecipato 328 docenti universitari in due università del Midwest. Ogni partecipante ha completato un questionario di 12 domande riguardanti la percezione della balbuzie, gli studenti che balbettano, e la loro partecipazione in aula. Più della metà dei docenti (212 su 328) hanno espresso difficoltà e preoccupazione nel rapportarsi con un tale disturbo. In particolare i partecipanti a questo studio, hanno espresso l’esigenza di maggiori informazioni sulla balbuzie e dei modi per accogliere gli studenti che balbettano in classe.


La ricerca ha dimostrato che un docente universitario meglio informato ha un atteggiamento più positivo nei confronti di chi balbetta” – commenta Enzo Galazzo, che si occupa da anni di correzione e sensibilizzazione in questo campo – e prosegue – “E’ dunque importante favorire l’informazione in maniera trasversale se si vuole contribuire efficacemente a migliorare la qualità della vita di chi balbetta. La ricerca dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che capire intellettualmente è una cosa, comprendere è un’altra. E la verità si sa, sta dove c’è la comprensione”.

Fonte:
Journal of Communication Disorders

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